mercoledì 29 marzo 2017

Aspettando Alberto Sed!

Aspettando Alberto!


Alberto Sed è un reduce dell’olocausto, di origine ebraica, deportato ad Auschwitz a soli sedici anni; ha subito la morte dei suoi cari, un dolore indicibile.
Eroe della Repubblica Italiana, è stato insignito dal presidente italiano, Sergio Mattarella, dell’onorificenza di Commendatore dell’ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Grazie al suo contributo, attraverso incontri nelle scuole e nelle carceri, si racconta quale testimone dell’Olocausto alle nuove generazioni, per non dimenticare e non far dimenticare.
Alberto sarà presente nell’ I.C.”Frascati” per raccontare la sua testimonianza, il 28 aprile p.v. a partire dalle ore 11,00.
L’incontro si terrà nella sala polifunzionale dell’Istituto, con la partecipazione della preside Paola Felicetti e della vicaria Monica Durola.
Un ringraziamento particolare va alle prof.sse Elisabetta Fortini, per la scenografia e le musiche, e Luisella Pasquali, che modererà l’incontro.
                                                                 
Flavia Salvatori e la 3A







mercoledì 8 marzo 2017

Progetto AmbienTool


6 marzo 2017 – 133 paesi su 194 firmatari nel dicembre 2015 si sono formalmente presi l’impegno di fronte al mondo di fare qualcosa di concreto per la minaccia dei cambiamenti climatici ratificando l’Accordo di Parigi. Il numero è in lento ma costante aumento. Ultime ratifiche, nel 2017, quelle di Afganistan, Azerbaijan, Cambogia, Ciad, Cile, Cipro, Guatemala, Lesotho, Lituania, Mauritania, Spagna e Tunisia. L’Unione Europa, che ha ratificato l’Accordo il 5 ottobre scorso, ha ancora Stati che al loro interno non hanno ratificato, come il Belgio, l’Olanda, la Romania, mentre Germania, Austria, Francia, Portogallo hanno ratificato lo stesso giorno dell’Europa e qualche giorno dopo hanno fatto altrettanto Svezia, Grecia, Italia. Primi arrivati, nell’aprile del 2016, Barbados, Belize, Fiji, Grenada, Guyana, Palau, Saint Kitts and Nevis, Santa Lucia, Samoa, Somalia, Palestina, Tavalu. Gli Stati Uniti hanno dato l’ok il 3 settembre, lo stesso giorno della Cina. L’India, il 2 pttobre, il Brasile il 21 settembre. Invece la federazione russa ancora no. La Gran Bretagna ha ratificato il 18 novembre, e anche gli Emirati Arabi lo hanno fatto, persino prima, il 21 settembre.
Con l’accordo di Parigi, 194 Stati del mondo hanno segnato l’inizio di un cambiamento, approvando l’obbiettivo di contenere il riscaldamento globale entro 2° C rispetto ai livelli preindustriali, meglio se un grado e mezzo. L’accordo è entrato il trentesimo giorno successivo al momento in cui almeno 55 paesi, che insieme compongano il 55% delle emissioni totali dei gas serra, lo abbiano ratificato, accettato e approvato: questo è accaduto il 4 novembre 2016, due giorni prima dell’inizio della COP22 a Marrakech. 
Se a Parigi, per COP21, l’obiettivo  era trovare un intesa globale sul “cosa” fare, a Marrakech si è cominciato a parlare del “come” . I paesi che hanno partecipato dovranno prendersi la responsabilità di impegni concreti, dovranno cambiare realmente i modi di produzione, sfruttando l’energia in modo più pulito, aumentando il prezzo del petrolio… Il mondo ad esempio, potrà condividere le nuove tecnologie che non consumano materiali inquinanti, con l’aiuto dell’Alleanza Mondiale delle tecnologie pulite: Bernard Piccard,  fondatore presidente del Solar Impulse, mette a disposizione  la sua tecnologia in rete; dopo 40mila chilometri di volo non-stop intorno al mondo con un aereo alimentato solo da energia solare e quindi a zero consumo e zero emissioni, è certamente accreditato come ottimo “intercettatore” delle migliori tecnologie sul pianeta. 
Ad oggi 133 paesi hanno ratificato l’Accordo di Parigi. Ma cosa si sta realmente facendo?

La situazione sembra molto preoccupante.  La Cop22 è stata la prima reale occasione per gli Stati di iniziare i lavori che renderanno più ambiziosa la struttura del Paris Agreement, ma ancora è presto per vederne gli effetti. Bisogna certamente rivedere  gli impegni per ridurre emissioni inquinanti. Questo è  decisivo perché “non abbiamo  un altro pianeta, non c’è un piano B“, come ha ricordato Ban Ki-Moon.
Valerio Ricottini, Michele Ghisa, Alessandro Leotta e Domenico Sabatini (III C)

lunedì 6 marzo 2017

Giochi sportivi studenteschi: corsa campestre

Giovedi' 2 marzo si sono svolte presso l' ippodromo delle Capannelle a Roma, le finali regionali di corsa campestre nell'ambito dei giochi sportivi studenteschi.
La nostra scuola e' stata rappresentata dalle alunne cadette: Toscano Dania, Colamussi Mae Elaina, Spalletta della 3 A; Cori Carlitto della 2C .
Le nostre atlete accompagnate dal prof .Villa Rino hanno gareggiato piazzandosi in ottime posizioni di classifica.
Si ricorda che gia' nella precedente finale provinciale si erano piazzate al 6° posto assoluto.
Quindi un applauso e un riconoscimento alle nostre atlete che hanno portato in alto il nome della nostra scuola in questa disciplina bella, affascinante e faticosa che e' la corsa campestre.







mercoledì 15 febbraio 2017

Progetto AmbienTool, Giornalisti nell'Erba

Calcoli errati: il suolo non assorbe abbastanza CO2


Brutte notizie, i calcoli ottimistici sull’assorbimento della CO2 da parte del terreno, sono errati. Il suolo, che dovrebbe aiutare l’atmosfera, non fa quel che pensavano gli scienziati, non nella misura sperata.
Le previsioni sull’assorbimento della CO2, anche quelle convalidate dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dell’Onu e che sono alla base di alcuni accordi come quello sul clima raggiunto alla COP21 di Parigi, sovrastimavano del 40% la capacità della terra di assorbire e stoccare la CO2.
A scoprirlo è un nuovo studio dell’Università di Irvine, in California, pubblicato sulla prestigiosa rivista Science.
I ricercatori hanno usato un metodo di datazione radiometrica per stimare l’età del carbonio presente in vari campioni di suolo sparsi su tutto il pianeta (157). Il risultato è che la media dell’età del carbonio presente nel suolo è 6 volte superiore al previsto. Questo significa che il suolo assorbe la CO2 molto più lentamente di quanto precedentemente stimato, e ci vorranno centinaia se non migliaia di anni per eliminarla del tutto. Non possiamo quindi contare troppo sul suolo per contenere il riscaldamento globale.
Ma come funziona il processo di assorbimento del carbonio da parte del terreno? E qual è il ciclo del carbonio nel nostro pianeta?
Le piante, tramite la fotosintesi, usano l’anidride carbonica dell’atmosfera, l’acqua del terreno e la luce solare per produrre nutrienti essenziali per la loro crescita. Il carbonio che viene assorbito dall’aria diventa parte delle piante. Gli animali che si nutrono di piante fanno avanzare i composti di carbonio lungo la catena alimentare. Ma la maggior parte del carbonio che gli animali consumano viene convertito poi in anidride carbonica tramite la respirazione e viene rilasciato nell’atmosfera. Gli organismi morti, piante o animali, vengono mangiati dai decompositori presenti nel terreno (batteri e funghi) e il carbonio immagazzinato nei loro corpi ritorna nell’atmosfera sotto forma di anidride carbonica. In alcuni casi, le piante e gli animali morti vengono sepolti e, nel corso di milioni di anni, si trasformano in combustibili fossili, come ad esempio il carbone e il petrolio. Gli esseri umani bruciano tali combustibili per generare energia e ciò fa sì che la maggior parte del carbonio venga rilasciato nell’atmosfera sotto forma di anidride carbonica.
La terra, quindi, è un grande serbatoio di anidride carbonica. Se si riuscisse a fermare la deforestazione si farebbe un grande favore anche al clima. L’IPCC aveva calcolato che se fossero ripristinate tutte le foreste eliminate negli ultimi secoli, l’anidride carbonica nell’atmosfera sarebbe passata dalle attuali più di 400 ppm (parti per miliardo) a più equilibrate 360 ppm.
La ricerca dell’Università della California però dice che queste stime sono troppo ottimistiche.  La capacità delle foreste e delle coltivazioni di “pulire” l’aria dal principale gas serra, immagazzinandolo nel terreno, secondo lo studio della Irvine non è sufficiente. Questo rende ancora più urgente l’abbandono delle fonti fossili a favore delle rinnovabili. Cosa stiamo aspettando?
 Andrea Riccardi, Pier Francesco D’Alessandro, Lorenzo Trinca (III E)

domenica 12 febbraio 2017

Progetto AmbienTool, Giornalisti nell'Erba

Polizze, si, ma anticlima



E’ il momento delle polizze. Non quelle di cui si parla a proposito del sindaco di Roma. Piuttosto quelle che mettono al riparo dai rischi climatici.
L’Italia, in questi ultimi anni, sta affrontando forti aumenti di ondate di calore, diminuzioni di piogge e di portata di fiumi, che hanno incrementato il rischio di siccità, che porta il calo dei rendimenti dei raccolti, la perdita della biodiversità e l’aumento del rischio d’incendi boschivi. Tutto ciò sta conducendo l’Italia verso il rischio di una crisi economica portentosa. Inoltre le rare piogge violente e improvvise e le forti escursioni termiche, hanno aumentato il rischio di calamità naturali che portano a distruzioni e perdite.
I danni causati degli impatti dei cambiamenti climatici nelle zone italiane stimati dalla European Environment Agency si aggirano sui 60 miliardi tra il 1980 e il 2013 (qui un articolo sui danni nei vari paesi).  Oggi certamente saranno di più. Certo è che l’economia italiana si basa principalmente sul turismo ambientale, gastronomico e storico-culturale e che qualunque danno dovuto a catastrofi e calamità naturali risulta a carico dello Stato e spesso dell’offerta volontaria del privato cittadino.
Ma veramente non si possono fare azioni per prevenire e tutelare la produzione, le strutture e i cittadini?
Le preoccupazioni legate al riscaldamento globale sono fortemente radicate nell’opinione pubblica di tutto il mondo, dice una ricerca recente di Axa–Ipsos: solamente il 10% degli intervistati ritiene che i cambiamenti climatici non siano una minaccia per la salute,  Il 30% dice che hanno già avuto un impatto sul loro benessere, un altro 34% pensa che ne sarà colptio a breve, 1 su 5 crede che abbiano già colpito la sua salute.
In questo quadro, le assicurazioni hanno iniziato a valutare pacchetti assicurativi. Ci si potrà fidare?
Per molti anni l’introduzione di uno schema assicurativo è stato considerato dalla politica italiana come una nuova tassa, alimentando così l’illusione che oggi esista una copertura “senza costi” in realtà, il costo degli interventi pesa sulle tasse generali.
Quale potrebbe essere la soluzione?
Una partnership tra compagnie assicurative e lo Stato che potrebbe portare ad un’assicurazione per tutti a costi minori, all’attuare misure di prevenzione a seconda delle esigenze specifiche ad un costo ragionevole   e incentivare un cambiamento comportamentale positivo attraverso l’offerta di prodotti assicurativi che incoraggino comportamenti più ecocompatibili
In Italia non esiste una legge nazionale sulle catastrofi, non esiste un protocollo delle emergenze, è un paese che lavora nell’emergenza, che si stringe nell’aiuto, ma quanto ancora potremo resistere?
“L’Italia è l’unico Paese in Europa in cui non esiste una partnership tra le compagnie assicurative e lo Stato” sostiene Frèdéric de Courtois del gruppo assicurativo AXA, partner ufficiale di COP21, il quale attraverso la AXA research Fund, iniziativa filantropica del gruppo, incoraggia la ricerca per diffondere la comprensione e prevenzione dei rischi ambientali, sociali ed economici. AXA ha fatto uno studio sulle sfide dei cambiamenti climatici in Italia. Per la compagnia, sarebbe logico che lo Stato riduca l’imposta sul premio assicurativo sugli immobili e incentivi la stipula, anche permettendone la deduzione dalle tasse, così da consentire una maggiore diffuzione della prevenzione.

Nel resto dei paesi europei questo processo è già avviato: in Svizzera ad esempio l’Ufficio federale dell’agricoltura UFAG ha avviato un progetto pilota di adattamento ai cambiamenti climatici che prevede una Assicurazione per la praticoltura, attività primaria del paese.

Giulia Apicella, Giovanna D’Ugo, Riccardo Vitali, Francesca Pierucci, Lorenzo Salvatori ( III C)